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In alcuni tratti sembra di sorvolare un mantello leopardato in blu, in altri le sottilissime lingue di sabbia bianca sembrano davvero pennellate di un pittore tra i vari blu dell'oceano. Alla fine ne abbiamo gli occhi pieni e saturi. Poi ci avviciniamo alla linea costiera e, a bassa quota, possiamo apprezzare la bellezza selvaggia della terraferma, con estuari di fiumi che fanno a gara con la barriera corallina in quanto a fantasia di forme e colori.
Si raggiunge così the tip, la punta estrema del continente australiano, della penisola di Capo York, dove atterriamo sulla pista di Horn Island. Questo piccolo aeroporto perfettamente organizzato rispecchia lo stereotipo di questo continente: un frammento di terra lontana, dimenticata da tutti, ma colonizzata dalla civiltà e che vuole sentirsi all’altezza di qualsiasi altro luogo urbano. Lasciamo il nostro Cessna in un piazzale affollato d’aerei e ci sottoponiamo ai controlli di rito: dogana, immigrazione e quarantena.
La prima tappa è un motel abbastanza anonimo, apprezzabile solo in qualità d’avamposto della civiltà, da usare come base di partenza per chi voglia andare a pesca o per chi venga a fare lavori stagionali, o, come noi, sia di passaggio e non abbia il tempo di trasferirsi su altre isole.
In realtà, al ritorno, facciamo una felice scoperta: a un prezzo ben diverso, comunque sostenibile – e ne vale sicuramente la pena! - su una sperduta isola dell'arcipelago delle Thursday Islands, la manciata d’isolotti che unisce l'Australia alla Papua Nuova Guinea, un gruppo di islanders intraprendenti ha costruito un mini-lodge veramente splendido. Si tratta solo di due bungalow con tutti i confort del caso, persino una piccola piscina all’interno del salotto. Ai pasti ci pensano i locali che portano presso i bungalow freschissimi piatti di pesce, con aragoste e gamberi a profusione. Un luogo davvero ideale per rilassarsi e sentirsi lontani da tutti e allo stesso tempo circondati e rassicurati da facce amiche. Sull’isola, infatti, oltre ai nostri due bungalow, ci sono solo una pista d’atterraggio, una grossa vasca di raccolta dell’acqua piovana e una manciata di case che ospitano i circa 200 abitanti. Le strade sono lastricate, ordinatissime, e passeggiarci è veramente piacevole, salutando i locali che nei propri giardini socializzano tra loro. Forse l’unico neo di un luogo così sono i fondali non eccezionali, per cui chi volesse le “Maldive del Pacifico” deve cercare altrove. In ogni caso, la spiaggia davanti ai bungalow è bianchissima e il mare caldo, ideali per chi voglia rilassarsi.
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questi isolani che convivono ogni giorno con la presenza inquietante del grande Gigante che sbuffa, sperando che il vento non cambi direzione e che le nuvole di cenere non ricadano sul loro villaggio. Qui si recupera il gusto della scoperta, dell’incontro con la gente del posto non pilotato da logiche turistiche, del sentirsi ospiti a casa di qualcuno e non spettatori di un teatrino artificiale.
Le Isole Salomone
Rabaul è anche l’avamposto prima del lungo balzo che ci porta direttamente in quello che alcuni definiscono, a ragione, un “eden primordiale”: l’arcipelago-Stato delle Isole Salomone. Sorvolate le isole della provincia di Bouganville, raggiungiamo Munda, nella provincia occidentale, forse la più famosa e pittoresca delle province delle Salomone. Finalmente un luogo dove possiamo sentirci pionieri, dove sappiamo di non seguire una rotta battuta, ma di ritagliarci la nostra esperienza unica e irripetibile.
La sensazione quando si arriva è, infatti, che le Isole Salomone a oggi rappresentino un angolo dimenticato di Pacifico. Causa la recente guerra civile, che comunque, anche nei giorni peggiori, ha toccato praticamente solo l’isola capitale Guadalcanal e Malaita, ogni anno le Isole vengono visitate solo da 9.000 viaggiatori, forse meno di quelli che visitano in un giorno i Musei Vaticani.
La capitale Honiara, sull’isola di Guadalcanal è, onestamente, una cittadina piuttosto brutta, fortemente inquinata dai gas di scarico di vecchie macchine, probabili riciclaggi di mezzi messi fuori servizio nel mondo occidentale proprio per l’alto tasso inquinante. Famosa per i siti delle grandi battaglie tra americani e giapponesi per il controllo del Sud Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, salvo che per i gli appassionati di quel conflitto, una visita di una notte e due mezze giornate riteniamo sia più che sufficiente. Per quanto riguarda le sistemazioni, ci sono un paio di hotel di buon livello. Oggi la città è assolutamente sicura, grazie anche alla forte presenza di poliziotti australiani, rimasti a vigilare dopo la fine del conflitto interno.
Lasciata la capitale, le due ragioni principali per cui si dovrebbero visitare queste Isole, sono sicuramente il mare e le persone. Con queste motivazioni, le Isole della Western Province, l’isola di Malaita ed eventualmente Rennell sono le più adatte. Si avrà così modo di incontrare tutte e tre le etnie principali: melanesiani, micronesiani (in particolare gilbertesi) e polinesiani, che in questo paese si sono incontrate mantenendo le proprie peculiarità e al tempo stesso mescolandosi tra loro.
I villaggi locali certo sono cambiati dai tempi dei ritratti di Gauguin, ma sicuramente sono ancora molto legati alle proprie tradizioni. Proprio perché la vocazione al turismo non è ancora sviluppata, è bene informarsi prima per sapere esattamente dove andare per assistere ad alcune delle feste e cerimonie locali.
Interessanti sono di certo i villaggi ai bordi delle lagune. I più famosi sono quelli sulle isole artificiali, dove è possibile scoprire oggetti di artigianato locale, tra cui le famose shell money, e dove gli uomini possono visitare i luoghi di sepoltura: molti teschi ricordano il passato di tagliatori di teste di queste popolazioni, oggi invece ospitali e pacifiche! Poi, con la bassa marea, è possibile farsi portare dai bambini del villaggio e scoprire quali conchiglie o altri strani animali sono rimasti esposti all’aria con il ritirarsi del mare.
Nei villaggi interni invece, da non perdere sono i concerti dei famosi suonatori di panpipes; certo, il concerto è organizzato per noi visitatori, ma non c’è dubbio che subito l’occasione è condivisa dall’intero villaggio che si raduna per partecipare, e la forza di queste musiche è veramente da ultimo eden primordiale.
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Papua Nuova Guinea
Lasciato l’ultimo avamposto d’Australia, ci dirigiamo con i nostri piccoli aerei alla volta di quella che può essere considerata l’ultima frontiera nel Sud Est asiatico, la Papua Nuova Guinea. Sorvoliamo vaste pianure attraversate da lenti e tortuosi fiumi tropicali che si gettano nell’oceano in amplissimi estuari. Poi, di colpo, il terreno si alza e ci troviamo al cospetto degli altopiani della Papua centrale, tra vulcani e cime montuose di tutto rispetto. Atterriamo in pieno ambiente equatoriale a Mount Hagen. Abbiamo sentito parlare tanto di questo luogo mitico, grazie soprattutto al famoso Festival delle maschere Sing Sing.
In realtà, ormai, se non appunto per il Sing Sing, il luogo è abbastanza anonimo, anche il grande mercato locale, ricco di colori e vita, che abbiamo potuto ammirare la prima volta che ci siamo arrivati, al nostro ritorno era stato demolito per lasciare il posto a un moderno mercato coperto, con tanto di infermeria e posto di Polizia. Allo stesso modo, anche i famosi Mud Man, gli uomini fango, ormai propongono interessanti dimostrazioni dei loro costumi a noi turisti, che non rispecchiano più, però il loro stile di vita quotidiano.
Tutto sommato, forse l’unico scopo di una sosta a Mount Hagen, oltre che come sosta tecnica, può essere lo spettacolo dei Sing Sing, ancora veramente unico per noi europei.
Ricca di suggestioni è invece la navigazione sul Sepik, dove la vita che si sviluppa sul fiume, anche se in continua evoluzione, offre incessanti motivi di interesse per il visitatore straniero. Merita invece una sosta prolungata l’Isola della Nuova Bretannia, e, in particolare, la Baia di Rabaul, poco conosciuta ma di grande impatto.
Sorvolando l’isola da est ad ovest, la prima cosa che colpisce, nuvole permettendo, sono la decina di coni vulcanici, alcuni ancora fumanti, altri inghiottiti dal mare, che punteggiano l’isola.
Da non perdere è la Baia di Rabaul, una volta fiorente e vivissimo punto di riferimento per i naviganti nel Sud Pacifico, oggi una città fantasma sommersa da uno spesso mantello di cenere lavica nera. La baia è dominata dalla silhouette di tre vulcani, di cui uno ancora attivo, che, a intervalli di pochi minuti, emette con un fortissimo boato un’alta colonna di fumo. Fa impressione trovarsi a Rabaul e vedere una leggera pioggia scendere dal cielo, per scoprire presto che non si tratta di acqua ma cenere lavica! Girovagando tra i piccoli villaggi locali, è possibile farsi accompagnare attraverso la laguna dai ragazzini locali su piccole e improbabili piroghe a bilanciere, per dare uno sguardo ravvicinato al vulcano e agli incredibili nidi di megapodi che depongono le proprie uova nei depositi di cenere ancora tiepida ai piedi della caldera. È un’esperienza davvero unica sentirsi gli unici visitatori e vivere così genuinamente l’incontro e l’interazione con

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Gli spostamenti e le strutture
In tutto questo, due cose vanno tenute ben presenti: il modo con cui spostarsi e le strutture ricettive. Il fatto che le Salomone siano un arcipelago di isole in mezzo all’Oceano Pacifico e che su molte di esse il folto della giungla e la scarsa popolazione non abbia favorito lo sviluppo di una buona rete di strade, fa sì che il mezzo in assoluto più diffuso per spostarsi da un luogo all’altro siano le imbarcazioni in mare.
Dovendo lasciar perdere il sistema di traghetti che, onestamente, sono delle vere e proprie "bagnarole arrugginite", rimangono quelli che possiamo definire i “taxi d’acqua”: piccoli gusci di alluminio o, più spesso, di vetroresina, con alle spalle motori fuoribordo da 25 a 150 cavalli, che fanno da navetta tra i vari villaggi affacciati sul mare.
Inutile dire che sia per il percorso in mare aperto, sia all’interno delle lagune, è fondamentale che chi decide di visitare veramente questo arcipelago non abbia timori nei confronti del mare, e sia pronto ad accettare il fatto di ritrovarsi bagnato da capo a piedi. Unico vantaggio: alle Salomone il clima è sempre caldo, per cui sia la pioggia che gli spruzzi del mare non sono mai freddi e fastidiosi.
Se pensate però di non avere un buon rapporto con il mare o se sapete di soffrire di mal di mare, forse è il caso di riconsiderare la visita alle Isole. Oltre ai trasporti di superficie, ci sono poi i collegamenti aerei, ma, anche in questo caso, bisogna capire di cosa si tratta… in tutte le isole, durante la nostra visita, c’erano solo 4 aeromobili: un Boeing che assicura i collegamenti con l’Australia, due Twin Otter da 19 posti ciascuno, che fanno servizio tra le varie isole, e poi il nostro Cessna, oggetto di curiosità in ogni pista atterrassimo.
Per questo motivo, se si utilizzano i voli locali, è buona regola prevedere dei tempi significativi di connessione, al fine di riuscire a gestire i prevedibili ritardi e cambi di orario.
Per quanto riguarda le sistemazioni, sicuramente accettabili sono quelle offerte nella Western Province, famosa per le incantevoli lagune, tra cui la spettacolare Marovo Lagoon. Qui il resort storico è il Uepi resort, una struttura di buon livello, con bungalow spaziosi e bagni privati, dove, tranne che per l’esperienza, nulla è lasciato al lusso. La cosa più spettacolare del resort è l’imbarcadero che si trova proprio sulla pass che dall’oceano aperto porta alla laguna interna. Oltre che rappresentare il luogo di sbarco per i nuovi arrivati, questo è anche il luogo migliore per lo snorkelling, con pareti ricche di colorati coralli, miriadi di pesci, tridacne giganti e la presenza costante, ma innocua, di piccoli squali di barriera. La visibilità è eccezionale, e molto buone sono anche le immersioni subacquee.
Spostandosi invece nella zona di Gizo, troviamo Kennedy Island, l’isola dove la storia vuole che l’allora ufficiale di marina JF Kennedy portasse in salvo i suoi marinai dopo essere stati affondati da un’unità giapponese. In un’isola corallina vicina c’è un nuovo resort di ottimo livello, che, con soli 10 bungalow, rappresenta sicuramente un punto di riferimento perfetto per chi voglia scoprire le bellezze dei mari delle Salomone senza negarsi i piaceri di un soggiorno esclusivo di prima categoria: mare incantevole, ambiente rilassato e buona cucina a base di pesce, insieme alla consapevolezza di essere sperduti in un angolo di Oceano Pacifico sconosciuto ai più, fanno vivere una vacanza indimenticabile.
Per il resto, bisogna fare riferimento a strutture che nella loro semplicità offrono ai loro ospiti sicuramente tanta atmosfera, e l’ospitalità tipica della cultura di questi luoghi. Certo, non sono adatte a chi ponga come limite minimo il servizio di una buona struttura europea.
Piccola raccomandazione: le isole Salomone si trovano praticamente all’equatore, e sono per la quasi totalità ricoperte da una rigogliosa foresta pluviale; questo significa che le piogge sono frequenti, un po’ durante tutto l’anno. Forse il periodo in cui si può sperare di avere più giornate di sole va da metà Agosto a Novembre.
Considerazioni finali sul viaggio
Le Isole Salomone sono quindi una destinazione che vale assolutamente il viaggio, soprattutto prima che il turismo le riscopra e che, da qualche migliaio, i visitatori diventino più numerosi. Questo è vero per quei viaggiatori che non devono essere meravigliati da una cosa in particolare, ma che sanno apprezzare l’atmosfera di un luogo, in questo caso il Sud Pacifico, sicuramente un mare splendido, e che danno priorità all’unicità ed esclusività dell’esperienza rispetto allo standard delle sistemazioni e dei servizi. Quelli per cui attraversare la laguna su un guscio di vetroresina pilotato da un pescatore locale vale più di una crociera a bordo di una bella barca a motore, e dormire in un piccolo hotel rustico per poi ascoltare i suoni dei panpipes vale di più del soggiorno in un resort di lusso con la TV satellitare.
Il valore di un sorvolo sopra gli atolli e le lagune delle Isole Salomone sta nell’ammirare dall’aria un eden primordiale ancora incontaminato, sapendo che sotto le palme non ci sono affollati resort, ma solo qualche sporadico villaggio di pescatori, consapevoli che il privilegio di questo spettacolo è stato, forse, nella storia, solo nostro e di poche decine di altri viaggiatori.
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