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“La cosa che più ti colpisce quando progetti un viaggio in Namibia è che non la trovi sull’atlante che usavi da bambino. La cosa che più ti colpisce quando arrivi in Namibia è che non è come te l’aspettavi.
Questo giovane Stato nasce nel 1990 da una costola del Sudafrica, dopo una “pacifica battaglia” per l’indipendenza. Ora la Namibia ha il proprio governo democratico, il proprio parlamento e la propria moneta: il Dollaro Namibiano, valuta nazionale indipendente, fortemente correlata all’andamento dell’economia domestica… e rigidamente vincolata, con cambio 1 a 1, al Rand Sudafricano.
La sua capitale, Windhoek, è una sonnacchiosa cittadina, piuttosto anonima nei sobborghi residenziali e molto elegante nell’isola pedonale tempestata di negozi.
Questo centro urbano, popolato da bianchi e neri di ogni ceto, cultura e abito, va giustamente fiero del premio che da anni si aggiudica in quanto città più pulita dell’Africa.
L’influenza tedesca, derivante da decenni di colonizzazione a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, al tempo in cui il territorio Namibiano era noto come Deutsche Süd-West Africa (Africa Tedesca di Sud Ovest), è ancora evidente: non tanto per le numerose vie ancora denominate “straße”, quanto per la facilità con cui si può ordinare uno stinco con crauti e una birra ogni qualvolta si venga in possesso di un menu, o per la diffusione della lingua tedesca anche tra la popolazione di colore.
Ma non è per visitare Windhoek che i nostri passeggeri sono arrivati dall’Italia. La capitale è semplicemente la sede dell’aeroporto ove prende fiato il nostro Cessna 210, il velivolo che per alcuni giorni ci accompagnerà tra i luoghi più sperduti e colorati del pianeta Africa.
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Decolliamo di buon mattino in direzione Nord e la corsa di decollo divora buona parte della pista in cemento: l’aereo è in ottime condizioni e il motore è perfettamente manutenuto.
Piuttosto, sono i quasi 2.000 metri di elevazione dell’altopiano che ospita Windhoek a fornire un’aria così rarefatta da dimezzare, quasi, i 300 cavalli di potenza che il propulsore può erogare al livello del mare.
Ma alla fine ci stacchiamo dalla nostra ombra e iniziamo il nostro primo trasferimento ai confini del mondo… e dell’Angola. La zona a nord di Windhoek appare dall’alto come una smisurata e polverosa calza a rete. Lunghe e regolari staccionate color nero dividono un territorio di terra secca e rada vegetazione in innumerevoli appezzamenti: sono le riserve di caccia private, ove i ricchi proprietari si guadagnano da vivere con l’allevamento del bestiame, che divertiti cacciatori abbatteranno, pur secondo rigide regole.
Dopo un’ora di volo, il paesaggio sotto di noi muta colore e si fa grigio e liscio e le riserve di caccia lasciano il posto a un santuario degli animali: il Parco Etosha, un’infinita distesa di terra cui il sole, per evaporazione, ha sottratto l’acqua, lasciando il sale in essa contenuto.
Zebre, elefanti, orici, antilopi, giraffe, kudu, struzzi, si rincorrono e si ignorano, alla bisogna, mentre noi sorvoliamo ammaliati questo rapido alternarsi di arsura e siccità.
Dopo un’altra mezz’ora il fiume Kunene, il confine naturale tra Namibia e Angola, si annuncia con la sua vegetazione e le sue cascate. E il mondo cambia di nuovo: la presenza dell’acqua muta radicalmente il paesaggio che ora è anche verde di foglie e di alberi, lungo gli argini del fiume. Le montagne che lo circondano sono mosse e maculate come il dorso di un felino, e la nostra discesa verso terra pare quella di un insetto che cerchi cibo e riparo nella pelliccia di un ghepardo. L’unica differenza è che a noi serve una pista di atterraggio, ma non è facile trovare una pista di terra battuta… in un mondo di terra battuta.
Il GPS di bordo e un fuoristrada parcheggiato lungo la pista ci indicano chiaramente dove sarà il nostro punto di toccata.
Vivere la Namibia secondo la filosofia de Il Gabbiano Livingston è un’esperienza meravigliosa. In due ore e mezza di volo abbiamo ammirato il mondo da un punto di vista privilegiato, rimanendo instancabilmente con gli occhi attaccati ai finestrini mentre lo splendido caleidoscopio africano completava le sue rotazioni, e percorrendo una distanza che in automobile avrebbe richiesto almeno quindici ore di guida, la maggior parte delle quali spese a controllare il veicolo lungo tortuosi sterrati.
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L’elegante capanna ove trascorro la fredda notte dell’inverno namibiano è una specie di zoo al contrario. Al riparo dagli occhi indiscreti di qualsiasi essere umano, sono invece oggetto delle gentili visite degli springbok e degli struzzi che abitano nella riserva e che passano a pochi metri dal mio terrazzino. I colori dell’alba sono invitanti e i caldi raggi del primo sole irresistibili. In pochi secondi sono sotto la doccia esterna, sul terrazzino, circondato d’Africa, immerso in un’aria frizzante e secca, zittito dai suoni di una natura che si risveglia.
Dopo una scorpacciata di elefanti, decolliamo verso Sud, lungo la Skeleton Coast e il Deserto del Namib. 500 chilometri di lunghezza per 150 chilometri di larghezza di deserto, sabbia e dune che si tuffano nell’Oceano Atlantico. Altri colori e altre storie. La “Costa degli Scheletri” prende il nome dai numerosi relitti di imbarcazioni che hanno avuto la sventura di trovare mare grosso in uno dei posti più inospitali del Pianeta, e lì sono affondate e arenate. Ma il nome evoca anche le ossa appartenute a chi si è accorto troppo tardi che sopravvivere al naufragio non è poi stata una grande fortuna. Proseguendo verso sud lungo la costa atlantica arriviamo poi a Luderitz, città in stile bavarese, capitale delle due industrie più fiorenti dell’economia namibiana, oltre al turismo: la pesca e, soprattutto, l’estrazione di diamanti, che da queste parti, almeno a giudicare dallo scintillio delle vetrine, sbucano da terra con la stessa facilità con cui nei nostri giardini cresce la gramigna.
Il nostro volo prosegue verso l’entroterra, ove le dune di sabbia bianca cedono la scena, in modo insolitamente netto, alla sabbia rossa, alle colline ove sorgono i lodge più esclusivi della Namibia, e alle dune più alte del mondo. È forse questa la zona più fotografata della Namibia.
È qui che si può ammirare il Dead Vlei, un lago prosciugato nel bel mezzo del deserto, dal fondo biancastro, circondato da dune rosse e popolato da alberi neri oramai bruciati dal sole, monumenti al ricordo di una vita che fu, sovrastati dal cielo più azzurro. Questo luogo emoziona e confonde. E confonde ancora ciò che si può ammirare 30 chilometri più in là: tutt’altri colori.
Questo pezzo di mondo ubriaca per la sua capacità di cambiare repentinamente, di offrire a scadenze ravvicinate paradossi cromatici. Si ha quasi il timore che sia inutile voler immortalare la Namibia in foto, come se l’immagine dovesse risultare mossa, tanto velocemente questa terra si cambia d’abito. Questo angolo di mondo non va fotografato: va visto. Con gli occhi di un Gabbiano.”
Alessandro Varisco
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Poi, appena a terra, il fuoristrada del lodge ove siamo attesi carica i nostri bagagli e i nostri entusiasmi e ci porta a godere dei luoghi, degli agi e delle comodità che abbiamo deciso di meritarci. Nella fattispecie, il nostro lodge giace sul fiume Kunene, a pochi passi dalle bellissime cascate Epupa, nel territorio della popolazione Himba, fiera etnia fortemente ancorata alla tradizione. La visita ad un villaggio Himba è una vampata di caldo e ocra.
La sabbia che calpestiamo è rovente, gli uomini Himba mantengono acceso il Fuoco Sacro, mentre le donne, cui non è concesso di lavarsi, cospargono il proprio corpo nudo e i capelli di una pasta a base di ocra, a ricordare ai cittadini di Windhoek e ai nipoti dei Tedeschi che la Namibia non ha dimenticato il suo passato e le sue origini.
Ridecolliamo e puntiamo a Sud, sorvolando i rilievi del Kaokoland, montagne isolate dalla netta forma a tronco di cono, stratificate da diverse tonalità di marrone ed erose dallo stesso vento di millenni. “Non ho mai visto nulla del genere”, commenta un mio passeggero. “Io sì” - ribatte un altro - “in Brasile. D’altra parte, qualche ‘anno’ fa, Brasile e Namibia confinavano…”
Atterriamo nel Damaraland, nel cuore della Namibia, e i nostri occhi si devono abituare a un’altra inondazione cromatica: il mondo è color oro. La savana ci accoglie con la sua vegetazione luminosa e invadente. Si ha la netta sensazione che quel tappeto d’erba fitta e alta vorrebbe essere d’un verde intenso, ma non ha acqua a sufficienza; ce la mette tutta, ma non ce la fa. Ma quell’impegno è premiato e sfocia in un giallo che abbaglia.


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